Emozioni. Il disgusto

Un uomo veramente felice non parla, non ride: la sua felicità, per così dire, se la stringe al cuore. La giocosità chiassosa, la gioia turbolenta nascondono il disgusto e la noia.
(Jean Jacques Rousseau)

Il disgusto appartiene al gruppo delle emozioni innate, la sua radice etimologia si riferisce al “cattivo gusto” e continua ad avere un’importante funzione evolutiva perché ci protegge dall’ingestione di alimenti o sostanze che potrebbero essere dannose, se non addirittura tossiche per il nostro organismo.

Questa emozione richiama, in modo più evidente rispetto alle altre, un contatto con il nostro corpo e le sue reazioni.
Quando proviamo disgusto solleviamo il labbro superiore, a volte accompagnandolo  con l’arricciamento del naso, che si rimpicciolisce per evitare di far entrare nella cavità nasale odori sgradevoli. Spesso ci voltiamo per allontanarci dalla fonte del disgusto, prendendone una distanza fisica o psicologica.

Il disgusto attiva un’area cerebrale particolare, chiamata insula, che trova nella profondità della superficie laterale, all’interno del solco laterale che separa il lobo temporale dal lobo parietale inferiore. Se questa area del cervello dovesse essere danneggiata, attraverso un incidente o una malattia, l’avversione per i cibi che prima ritenevamo disgustosi può scomparire, diventando poi difficile riconoscere l’espressione  facciale che lega questa emozione

Charles Darwin, nel suo libro pionieristico del 1872, “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” spiegava che nell’uomo la reazione istintiva primordiale di disgusto, si associa a una reazione cognitiva che presuppone l’idea che si ha dell’oggetto, nonché il timore della possibile incorporazione orale dell’oggetto stesso, o del cibo e quindi la paura di esserne contaminati. Sempre Darwin sostiene che «la parola disgusto […] si applica ad ogni sensazione che offende il senso del gusto.»

Attualmente il disgusto viene considerata  una emozione onnipervasiva, nel senso che riguarda e interessa la maggior parte degli aspetti della nostra vita, questo viene anche confermato da una pubblicazione di P. Rozin e altri ricercatori, sulla rivista Journal of Personality and Social Psychology in cui il disgusto, suddividendolo in quattro aree differenti, si può manifestare come:

  • Core disgust: legato al disgusto di base, si attiva con alcuni alimenti, animali e materiali vari, con lo scopo di proteggere il corpo dalla contaminazione.
  • Animal reminder disgust: disgusto legato alla nostra natura animale, in cui sentiamo ripugnanza verso oggetti e azioni che ricordano le nostre origini animali e la nostra mortalità.
  • Interpersonal disgust: il disgusto legato ai rapporti interpersonali, attivato dal contatto con altri indesiderati, esso ha la funzione di proteggere l’anima e l’ordine sociale.
  • Moral disgust: il disgusto morale che viene attivato dalle infrazioni o reati morali a salvaguardia dell’ordine sociale.

Anche Sigmund Freud ha portato attenzione al disgusto riconoscendolo come un meccanismo di difesa, considerava l’olfatto un fattore scatenante essenziale per le sensazioni di disgusto; le sue considerazioni si sono limitate ai temi della sessualità e delle escrezioni del corpo.

In sintesi, possiamo dire che il disgusto definisce cosa ci piace e cosa non ci piace, riconoscendo così sempre di più il proprio io, sia in termini culinari che valoriali, facendo appello al rapporto tra questa emozione e le reazioni corporee del disgusto come: “mi da il voltastomaco” “mi fa accapponare la pelle”, “avverto una sensazione di nausea”

In termini culinari stabilisco i miei gusti, le mie scelte legate al cibo mentre in ambito valoriale quando incontriamo delle persone che si comporteranno in modo disgustoso si reagirà allontanandosi, prendendo le distanze, magari difendendo le proprie idee o persone offese.

Non ho gusti difficili, ma ho disgusti facili.
(Anonimo)

Anna Ercoli & Andrea Jotti
Soul in Action for Happy Solutions

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