Siamo a disposizione dei nostri dispositivi o i dispositivi sono a nostra disposizione?

Un tempo alzavamo lo sguardo al cielo chiedendoci quale fosse il nostro posto nella galassia,
ora lo abbassiamo preoccupati e intrappolati nel fango e nella polvere.
(Matthew McConaughey – Cooper)

Il mercato italiano della Tecnologia di Consumo è cresciuto del +3% nel 2018, con un fatturato complessivo di 14,7 miliardi di euro.
Secondo le rilevazioni GfK realizzate con metodologia Retail Panel, il valore complessivo del mercato è passato dai 14,3 miliardi di euro del 2017 ai 14,7 miliardi del 2018.
Nello specifico si sono venduti Smartphone, Tablet, Phablet, Notebook e PC. Tutti strumenti che, oltre a consentirci di telefonare, giocare, controllare la posta e connetterci a internet, offrono una miriade di altre applicazioni cercando sempre di offrire un servizio.

Oggi basta fare un tragitto in autobus, in metropolitana o prendere un treno per osservare che la maggior parte delle persone hanno lo sguardo fisso sullo schermo del proprio dispositivo, oppure sostando alla fermata degli stessi mezzi, oltre a vedere la stessa scena, ci accorgiamo di altre persone che telefonano o inviano messaggi vocali.

Mentre ci sono altre persone che amano registrare avvenimenti, esperienze, e concerti, senza dimenticare chi “smanetta” in auto, mentre è alla guida, diventando pericoloso per sé e gli altri.

Credo che ognuno di noi possa riconoscersi in alcune di queste situazioni.

Gli over 40/50 ricorderanno invece che per fare tutto ciò avevano bisogno del telefono di casa, degli elenchi telefonici, o pagine gialle, distribuiti annualmente agli ingressi delle abitazioni, mentre fuori casa si utilizzavano le cabine telefoniche a gettoni che spesso in serata, quest’ultimi, non si riuscivano a trovare.

In questo contesto ovviamente non si fa riferimento alla tecnologia che ha permesso, negli ultimi 50 anni di cambiare la qualità e gli esiti della nostra vita, pensiamo ad esempio alle strumentazioni diagnostiche, cliniche, ai vari device che sostengono le persone affette da cronicità, a tutta la strumentazione di uso quotidiano, come: le automobili, gli accessori che possiamo trovare nelle nostre case, tutte le “app” che possono facilitare le programmazioni di attività, tra cui la prenotazione di hotel, cinema o teatro, così che ogni singolo utente possa migliorare la qualità della propria esistenza.

In questo caso si fa riferimento a quella tecnologia, ma soprattutto a quelle persone che non riescono più fare a meno del proprio smartphone e avendo del tempo libero rimangono a casa davanti al proprio computer, così che ogni giorno che passa si rischia di allontanarsi dai rapporti reali, per entrare in relazioni virtuali che nel tempo si scoprono essere fenomeni di catfishing in cui le persone mentono su uno o più dettagli del proprio profilo social oppure perdendosi nei diversi giochi, che diventano come canti di sirene, che allontanano dalla prassi quotidiana.

Di conseguenza il tema della dipendenza dalla tecnologia è sempre più attuale e viene affrontato, sempre di più, da neuroscienziati, psicologi comportamentali, cognitivisti e studiosi di comunicazione.

Per capire se siamo dipendenti o meno sarebbe necessario porsi delle domande sul “perché” usiamo questi strumenti, quanto tempo li usiamo, dove li usiamo, come ci sentiamo quando li usiamo.

Ricerche e indagini affermano che lo smartphone viene guardato 150 volte al giorno, ogni sei minuti, in media ogni individuo trascorre più di 8 ore al giorno sul proprio portatile. Riceviamo e mandiamo centinaia di messaggi, riflettiamo sul tempo che impieghiamo per leggerli e scriverli togliendo attenzione a quello che stiamo facendo.

Altro tempo è investito consultando i vari dispositivi, modificare le password, ricordarle, aggiornare le applicazioni, registrarsi a siti e servizi on line.

Il 90% dei soggetti tra i 18 e i 29 anni dorme con lo smartphone nel proprio letto, il 60% degli adolescenti tende a navigare durante la notte e moltissime persone appena sveglie guardano lo smartphone.

E ancora, il 53% di tutti gli adulti gioca online (l’81% gli adulti tra i 18 e i 29 anni) in media i giovani accumulano 10.000 ore di gioco prima dei 21 anni: 10.000 ore corrispondono a oltre 400 giorni.

Senza dimenticare poi l’impatto che i giochi, tramite dispositivi, hanno sui bambini: essi nella fase evolutiva avrebbero bisogno di un coinvolgimento in prima persona con oggetti fisici da manipolare, per coinvolgere tutti i sensi e interagire e muoversi nel mondo tridimensionalmente. Secondo gli ultimi studi sembra che questi bambini stiano perdendo l’istinto e la capacità di immaginare (Nancy Carlsson Paige – Taking back Childhood).

Esiste un dato impressionante sull’uso degli smartphone nei bambini: un bambino nato per esempio nel 2013 al compimento del suo settimo anno, nel 2020, avrà trascorso un anno della sua vita di fronte a uno schermo.

Ecco che poi non possiamo stupirci che quasi il 50% delle persone dichiari di non poter vivere senza smartphone e tali percentuali si innalzano nei più giovani.

A tale proposito è bene ricordare che nel 1995, Ivan Goddberg coniò il termine, Internet Addiction, formulando i criteri presi dalla dipendenza da sostanza del DSM IV. Egli affermò: “Un uso mala adattivo di internet, conduce a menomazione o disagi clinicamente significativi.”

Il disturbo da abuso della rete telematica, l’Internet Addiction Disorder (IAD), ha riscosso una certa attenzione da parte della comunità scientifica, in quanto circa il 40% della popolazione mondiale possiede oggi una connessione internet.
In Italia la crescita dalla dipendenza ha fatto nascere, nel 2016, il primo ambulatorio dedicato alle dipendenze da videogiochi presso il Policlinico Gemelli di Roma.

Siamo quindi sollecitati senza tregua, vittime del “tecnostress” che ci impedisce di riposare veramente senza riuscire a staccare e neppure quando andiamo a letto alla sera.

Ma cosa possiamo fare, se non rientriamo in un quadro patologico per prevenire la dipendenza dalla tecnologia?

Credo che la risposta si trovi dentro ognuno di noi, Martin Seligman afferma: ”(…) Dovremmo spostare la nostra attenzione a quei piaceri di alto valore e che non cessino con il finire dell’attività svolta, dobbiamo ricorrere a fare cose che ci appassionano profondamente come un hobby o qualsiasi altra cosa che ci possa coinvolgere entrando in uno stato di flusso, che possano attivare i nostri potenziali e talenti…”.

Immergersi in un hobby significa collegarci al nostro vero sentire, dove tempo e spazio non esistono più, una persona non si rende conto dell’effettivo passare delle ore.

Anche quando si finisce di praticarlo e si torna ad altri compiti meno interessanti, quello spazio in cui siamo entrati continuerà a influenzarci.

Tutte quelle attività in cui agiamo in accordo con il nostro essere e il nostro corpo, sono attività che, mettendoci in uno spazio di “assenza di tempo”, ci catturano totalmente e ci danno la possibilità di costruire quel capitale psicologico che ci consente appunto di rimanere nella gioia, pervadendo anche quelle attività di prassi quotidiana.

Qualunque cosa tu possa fare o sogni di fare incomincia.
L’audacia ha in se genio, potere e magia.
(J.W. von Goethe)

Anna Ercoli & Andrea Jotti
Soul in Action for Happy Solutions

Bibliografia utile:
Liberi dalla dipendenza digitale (Nancy Colier)
La via della leggerezza (Franco Berrino, Daniel Lumera)

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